[Recensione] Il treno dei bambini di Viola Ardone

Buongiorno Lettori!

Oggi vi parlerò di un libro che ho comprato prima di Natale (o comunque credo) e che sono riuscita a leggere in questi giorni. Stavo leggendo Il cielo in gabbia di Christine Leunens e ho dovuto metterlo da parte perché non mi stava entusiasmando molto; ho deciso di leggere Il treno dei bambini perché me ne avevano parlato benissimo e quindi ho deciso di immergermi in questa storia, in quella di Amerigo, un bambino del sud nel 1946.

Il treno dei bambini, Viola Ardone, narrativa, Einaudi, Stile libero Big, romanzo, sud Italia, Nord Italia, 1946, dopoguerraIl treno dei bambini
Viola Ardone
Einaudi Editore
Prezzo: 17.50 €
eBook: 8.99 €

Trama: È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l’intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un’iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l’ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un’Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c’è altro modo per crescere.

Divisore Scheggia

– Quale innamorato! – mi metto di nuovo in mezzo per togliere Maddalena dall’imbarazzo. – È pure lui un comunista, l’ho visto io sopra alla sezione proprio prima di partire…
– Embe’, e che vuol dire? Uno è comunista e non può essere pure innamorato? – insiste Mariuccia.
– Ma quando mai? – rispondo – Quello tiene una questione meridionale da risolvere, mica pensa all’amore…

Questo è un romanzo terribilmente difficile da recensire.
Siamo nel 1946, la guerra è finita da un po’, eppure al sud c’è la fame, le baracche, i lavori improvvisati e le piccole e grandi truffe.
Amerigo è un bambino di sette anni, senza un papà che forse sta facendo la fortuna in America, è così che le dice la madre Antonietta, una donna che l’ha protetto sotto le bombe della guerra e che tuttavia non si riconosce in quei gesti semplici che potrebbero far parte di un rapporto madre/figlio.

Antonietta è pragmatica, così ce la racconta Amerigo, anche se utilizza tanti altri termini, tra il dialetto e l’italiano, in quel miscuglio tipico dei bambini piccoli, non ancora scolarizzati e che vivono senza una vera educazione.
È la storia di un bambino, del suo amico, della truffa al mercato con le zoccole pittate, delle voci che girano, dei comunisti che vogliono far partire i bambini, di chi dice che li manderanno in Siberia a lavorare, di chi dice che verranno mangiati vivi, di chi invece crede che su, nell’Alta Italia, ci sia davvero qualcosa di buono per loro.

– Hanno detto Alta Italia per convincere le mamme. Ma la verità è che ci porteranno in Siberia e ci metteranno nelle case fatte di ghiaccio, con i letti di ghiaccio, il tavolo di ghiaccio, il divano di ghiaccio…
Le lacrime di Mariuccia cadono sopra alla vestina nuova.
– E sí, – faccio io, – vuol dire che ci faremo una bella grattatella di ghiaccio. Tu a che gusto la prendi, Mariù, limone o caffè?

Quando si parla di bambini, di futuro, di trattamenti diversi, c’è sempre il colpo al cuore.
È il 1946 però, leggendo le parole della Ardone, mi domando quanto sia davvero diversa la situazione, rispetto ad oggi.
Amerigo vede il sud, poi si ritrova al nord e tutto cambia: c’è il cibo in tavola, c’è la scuola per i bambini che non sono obbligati a imparare un mestiere o come dice lui, andare a bottega; c’è la voglia di aiutarsi, abiti e scarpe nuove, del numero giusto.

Con la voce di questo bambino, la Ardone ci porta nell’Italia spaccata in due, quella del dopoguerra, quella che fatica in parte a rialzarsi. E sono spaccati a metà anche i bambini di cui lei ci parla, quelli che partono con i treni, che vedono la vita normale, senza fame ma privi anche dell’affetto materno, che incontrano famiglie benevole, che li nutrono e che poi devono lasciare tutto per tornare all’origine. Sono spaccati a metà e non tutti riescono a convivere con questa condizione.

La voce di Amerigo mi ha conquistata. Ho divorato le pagine della sua storia, perché nei suoi racconti di bambino c’è così tanta spensieratezza e paura allo stesso tempo, che non si può non amare. Ogni gesto, agli occhi di un bambino, cambia di significato.
C’è anche tanta riflessione perché si parla di una separazione tra madre e figlio, con Amerigo che ha paura di essere più accettato e benvoluto; un rapporto, quello tra lui e Antonietta, che accusa un colpo durissimo nel momento in cui i sogni si scontrano con la realtà.

Mia mamma Antonietta mi ha dato a Maddalena, Maddalena mi ha consegnato alla signora Derna, Derna mi manda a casa di sua cugina Rosa, e questa Rosa chissà a chi mi vorrà mollare. Come nella ninna nanna dell’uomo nero.

È uno stile fluido e forse è proprio questo il punto di forza di questo libro, perché sa raccontare qualcosa di eccezionale, come l’obiettivo di questi treni, però con gli occhi di un bambino che non sa decidere all’inizio se partire o meno.
Il rapporto con la madre è uno di quei punti che ho davvero apprezzato di questo libro, forse perché per la prima volta mi sono sentita davvero presa da questo tema: il dilemma tra lo sfamare il proprio figlio e fargli realizzare i suoi sogni.

Diviso in quattro parti, secondo me si perde un po’ di atmosfera nell’ultima, ambientata nel 1994. Amerigo da grande mi ha un po’ deluso, ma soprattutto ho trovato le ultime pagine un po’ troppo tristi e veloci; avrei preferito una sfumatura diversa nella storia di questo bambino ormai uomo.
Complessivamente il romanzo mi è piaciuto tantissimo. La Ardone mi ha fatto conoscere Amerigo, un bambino che non potrò mai dimenticare, con le sue scarpe a punti, la sua mela, la questione meridionale e il mellone!

Un libro che vi consiglio di leggere assolutamente, perché con la dolcezza e l’ingenuità di Amerigo riuscirete a ripercorrere anche il dramma di un’Italia spaccata in due, in parte abbandonata, in parte rinata, ma soprattutto in parte ancora così.

Scheggia

Scheggia

Sono Scheggia ma in realtà sono Deborah e ho una passione sfrenata per la lettura. Entro in libreria ogni volta che ne ho l'occasione, passo ore e ore a guardare i libri, cerco le novità ma anche quelle che non lo sono più. Sono una di quelle lettrici che invadono casa di libri, ne compro in continuazione anche se ho già altre letture prese in precedenza. Amo il mondo dei libri e dell'editoria ed è per questo che la mia più grande aspirazione è entrare in una casa editrice e lavorarci. Io continuo a sperare!

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