[Recensione] La luce che manca di Nino Haratischwili

Buongiorno Lettori,

eccoci con la prima lettura dell’anno e diciamocelo, non abbiamo iniziato con il piede giusto. Alte aspettative e grande delusione vanno a braccetto in questo primo libro del 2026. Ha stazionato nella mia libreria per più di un anno, è stato il mio auto regalo di compleanno e…? Che delusione! Oggi vi parlerò di La luce che manca di Nino Haratischwili, edito Marsilio editore.

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Nino Haratischwili
Marsilio editore
Prezzo: 24,00 €
eBook: 11,99 €

Trama: Sta per arrivare il nuovo secolo e in Georgia, come nelle altre repubbliche sovietiche, si levano rabbiose le voci che invocano l’indipendenza. In un periodo di grandi disordini, che per il piccolo stato culmina nel caos assoluto, quattro ragazze crescono in uno dei tanti cortili del quartiere più vivace di Tbilisi. L’universo della loro infanzia è fatto di bucato svolazzante, altalene arrugginite, un albero di melograno. Vivono in case dalle pareti umide con i balconi di legno intagliato, mangiano gelato alla crema e respirano l’aroma del grano saraceno, delle caramelle alle bacche di crespino e della gassosa al dragoncello. Le loro famiglie appartengono a ceti diversi, ma niente sembra scalfire la loro amicizia: né il primo amore tenuto segreto, né gli scontri sanguinosi per le strade o la guerra al confine, né la corruzione e la violenza che divorano il paese, e neppure il razionamento del cibo o la continua mancanza di corrente. Qeto, Dina, Nene e Ira sono sulla soglia della vita, all’inizio di un legame che – ancora non lo sanno – da loro pretenderà tantissimo. Sono e resteranno inseparabili, fino a quando un tradimento non le avvolgerà in un’ombra cupa. Vent’anni dopo, ormai adulte, in tre si ritrovano a Bruxelles in occasione della retrospettiva fotografica di una di loro. Immagine dopo immagine, in quel mondo in bianco e nero le tre sopravvissute ripercorrono un tempo che non c’è più, una storia privata che è anche la storia della rivoluzione seguita al crollo dell’Unione Sovietica. E allora, all’improvviso, un raggio di luce squarcerà il velo steso sui ricordi, e il perdono sembrerà di nuovo possibile.

Divisore Scheggia

Nella nostra città bisognava rinunciare alle proprie aspirazioni, perché la vita non si affezionasse all’infelicità. Bisognava imparare a diventare estranei a se stessi, perché era il modo migliore per tirare avanti. Nella nostra città l’amore durava poco e avvia come la nebbia al mattino appena sorgeva il sole.

Questo è il secondo libro che leggo di Nino Haratischwili e – se non si fosse capito – devo dire di essere rimasta estremamente delusa.
Un libro di 700 pagine che sembra non prendere mai il via, una storia che alla fine non è riuscita a coinvolgermi, con personaggi verso i quali non ho mai provato empatia.

È un libro con una storia estremamente lenta, dove il presente si alterna al passato.
Il racconto fatica a partire perché Qeto, voce narrante, prima ci presenta tutti i protagonisti della storia, mentre ci fa sapere che sta partecipando alla mostra fotografica della sua amica deceduta da anni.

Il fulcro della storia dovrebbe essere il rapporto tra queste quattro amiche, ma siamo sicuri che la loro sia davvero amicizia?
Durante tutta la lettura mi sono domandata che tipo di amicizia fosse la loro, perché mi è sembrato ci fosse solo tanta dipendenza e abitudine: sono amiche perché abitano nello stesso posto, non perché si siano davvero scelte.

La percezione di una mancata unità fra queste ragazze ha fatto si che io non riuscissi ad avere voglia di scoprire cosa fosse successo nel corso delle loro vite, oltre al fatto che il libro sembra non finire mai, con dei capitoli lunghissimi, legati spesso alle foto esposte alla mostra.

La scrittura dell’autrice è sempre molto bella ed evocativa, non si può dire nulla di brutto su questo, ma non basta; dopo 700 pagine ci si domanda solo il perché di tutto, senza darsi una vera risposta.
Durante la lettura mi sono resa conto che non m’interessava nulla di queste ragazze perché mi è sembrato che il rapporto tra di loro fosse solo tremendamente tossico, stesso pensiero per le loro storie d’amore, che di amore non avevano nulla.

Vengono poi messi sul piatto tantissimi temi, ma non vengono approfonditi. Si parla di suicidio, autolesionismo, droga, eppure viene tutto messo lì senza mai indagare a fondo.
Alcune scene poi non mi sono piaciute. Partendo dal presupposto che la narrazione in prima persona abbia dei limiti che in questo libro mi sembra siano stati forzati, non riesco a comprendere cosa abbia apportato alla storia il racconto di un evento tra Nene e Saba, che personalmente ho trovato solo macabra.
Credo Nene sia il personaggio che ho tollerato di meno, l’ho trovata piatta e priva di uno scopo nella vita, sia nel passato che nel presente.

Esistevano persone che non erano ancora diventate bestie. E non solo perché non ne avessero avuto l’opportunità, ma perché avevano scelto di non esserlo, e avevano difeso questa scelta con tutte le forze e contro ogni eventualità.

Quello che salvo di questo libro è il racconto della situazione politica in Georgia, situazione che influenza – inevitabilmente – la vita di tutti i soggetti del libro.
L’autrice è bravissima nel parlare del contesto politico e questa bravura era emersa già nel libro precedente – L’ottava vita – riuscendo a far comprendere al lettore quanto la vita sia diversi in alcuni Stati, anche se non così lontani da noi.

Purtroppo però non mi è piaciuto tutto il resto, non ho avuto empatia per nessuno e forse le uniche a salvarsi sono le nonne, che con le loro discussioni riescono a raccontare al lettore cosa stia accadendo in Georgia e nello specifico a Tbilisi.

Un libro che mi ha delusa tantissimo perché avevo altissime aspettative, ma alla fine credo che uno dei problemi maggiori sia la lunghezza, troppe cose probabilmente si potevano tagliare perché alla fine, quando si arriva al famoso zoo, menzionato più volte, si è già stanchi.

due, votazione, stelline, recensione

Che dire? Delusione a parte, non so se dare un’altra occasione a questa autrice, leggendo anche il suo terzo libro. Ci penserò!

Scheggia

 

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Scheggia

Sono Scheggia ma in realtà sono Deborah e ho una passione sfrenata per la lettura. Entro in libreria ogni volta che ne ho l'occasione, passo ore e ore a guardare i libri, cerco le novità ma anche quelle che non lo sono più. Sono una di quelle lettrici che invadono casa di libri, ne compro in continuazione anche se ho già altre letture prese in precedenza. Amo il mondo dei libri e dell'editoria ed è per questo che la mia più grande aspirazione è entrare in una casa editrice e lavorarci. Io continuo a sperare!

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